TIM BUCKLEY : STARSAILOR Straights / Bizzarre Rec. Usa 1970
Un volo, che ad ogni battito d'ali si alza, glorioso e immenso, che per ogni costellazione attraversata ricade negli abissi più neri, sfiorando la morte.
La voce di Tim Buckley era questo, e molto altro, la voce di Tim Buckley poteva essere qualunque cosa, e questo è il disco che lo dimostra. Dopo gli inizi folk e l'evoluzione graduale verso una nuova forma-canzone, dopo il jazz e l'eroina, dopo quel vuoto immenso che è Lorca, vero punto di non ritorno, Tim Buckley brucia tutto ciò che ha prodotto e ne ricompone minuziosamente le ceneri. E il risultato è Starsailor: acido, libero, insieme nerissimo e luminoso.
Non è propriamente un disco organico, ogni canzone è a se stante, i brani sono enormi monumenti che si innalzano tra pause di silenzio, senza mai toccarsi. C'è il blues di "Come Here Woman", ma è un blues disperato cantato da un uomo che annega, trascinato sotto la superficie dell'oceano più profondo da tentacoli invisibili. E poi c'è la luce, l'immensa luce dell'alba, e il mondo si risveglia, appena sfiorato da una tromba e da una chitarra in perfetta simbiosi in "I Woke Up". E il Caos, le urla primordiali di Buckley, "Monterey", traccia in cui è veramente protagonista la voce, disumana e sfigurata, che ulula e sanguina, lacerata da un riff quasi punk nella sua semplicità.
E poi, torna il Buckley degli inizi. Ma "Moulin Rouge" è solamente una pausa, necessaria per riprendersi prima del salto nel vuoto. "Song To The Siren": il mare, il mare aperto e sconfinato, e gli ultimi raggi del sole illuminano lo scoglio, su cui è seduta lei. E alla deriva, relitto di mille naufragi, Buckley eleva il suo lamento, ma qualcosa in lontananza urla, echi di speranza, echi di morte. E ritorna il fuoco che tutto devasta, in "Jungle Fire" finalmente la voce si alza, libera eppure così claustrofobicamente chiusa in sè stessa, tenta di spiccare il volo, ma è appesantita, è ferita, quasi cade. "Starsailor" è il punto di arrivo. Dall'abisso alla fine dell'universo, ormai puro spirito, la voce si divide nelle sue infinite parti, e vi si rispecchia in an infinite play of refractions.
And then, Hell. "The Healing Festival" can not be defined otherwise. Orgy of horns, percussion and God knows what else, and that voice, that same voice that we saw a rise to the heavens, now fell to Earth, purified and ready to indulge in the sins of new land, now heads the dance this pagan ritual. And we are really back to the ground, Buckley has already reached its end has already seen, touched, listened to the infinite. And then you can afford a slight closing with "Down By The Borderline", of course dealt with the mastery of all time, and especially with great trumpet solos.
Starsailor is unattainable, and the way to get there, Starsailor is not an easy or hard disk, it is not rock, not jazz, it's not even music. It 's a route mapped out at a high price by the navigator of the stars, to allow art to reach dizzying heights, to allow man to become equal to the gods.
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